Ho deciso di lasciare il PD ed aderire ad Articolo 1-MDP

 

La decisione di lasciare il PD, dopo più di otto anni di militanza, è stata molto sofferta e dolorosa per me, ma purtroppo, giunti a questo punto, assolutamente necessaria, in quanto non mi riconosco più nelle politiche e nei valori espressi dal Partito Democratico, che, a mio avviso, in questi ultimi anni, ha subito una vera e propria mutazione genetica.

Prima di spiegare bene le motivazioni della mia uscita permettetemi però di ripercorrere rapidamente questi lunghi ed intensi 8 anni, anche per meglio evidenziare le ragioni che avevano spinto me, una ragazza di 22 anni, ad iscrivermi al PD nel lontano marzo 2009.

Foggia era nel bel mezzo delle sue elezioni Comunali e io mi ero avvicinata, quasi per caso, all’associazione Capitanata Futura, molto impegnata nel dibattito politico-culturale della città e vicina ideologicamente alle posizioni del PD. In quest’ambiente, grazie anche all’incoraggiamento di amici come Claudio Sottile, Peppino D’Urso e Rita Amatore, maturò l’idea di candidarmi alla carica di Consigliera di Circoscrizione nelle fila del partito democratico.

All’inizio, non lo nego, ero abbastanza titubante, dato che, pur essendo un’elettrice del PD fin dalla sua fondazione ed essendomi sempre informata di politica, non ero mai stata iscritta ad un partito né avevo mai fatto attivismo politico, perciò mi pareva una scelta azzardata, pure perché avevo solo due mesi per farmi conoscere e mettere in piedi una campagna elettorale quantomeno decente.

Successivamente però, a mano a mano che si entrava nel vivo della competizione elettorale, mi sono sempre più appassionata, anche grazie al grande entusiasmo sviluppatosi intorno al progetto Foggia Capitale del nostro candidato sindaco Gianni Mongelli, che poi risultò vincente, aprendo così le porte a cinque anni di amministrazione di centro-sinistra della città.

Pure la mia personale campagna elettorale non andò male: presi 56 voti alla Circoscrizione Foggia- Sud e, considerando che ero praticamente una perfetta sconosciuta, per me fu un risultato soddisfacente.

Da quelle amministrative quindi iniziò il mio impegno nel PD, fatto sia di esperienze belle ed appassionanti che di momenti più difficili e complicati.

Senza dubbio tra le esperienze che più mi hanno arricchito non posso non annoverare la mia militanza nella giovanile, nei Giovani Democratici, di cui sono stata Responsabile Organizzazione del circolo di Foggia e membro della Segreteria Provinciale.

Ricordo ancora come se fosse oggi quando io, Costanza Di Muro e Matteo Rauzino, con il sostegno anche di Davide Emanuele, tra la fine del 2009 e gli inizi del 2010, ci impegnavamo per far ripartire a Foggia i GD, i quali, in quel periodo, erano in una fase di stallo.

Le nostre prime manifestazioni, specie quelle contro le Trivellazioni nelle Tremiti, sono scolpite nella mia memoria, cosi come le prime iniziative, i gazebo continui per le varie raccolta firme, i volantinaggi, i flashmob e le lunghe riunioni organizzative al partito, che erano soprattutto un modo per confrontarci e scambiarci idee.

Allo stesso modo non potrò mai dimenticare il Congresso Nazionale GD, tenutosi a Siena nel marzo del 2012, allorchè, come GD di Capitanata, guidati dal nostro segretario Francesco Di Noia, sostenemmo la candidatura a segretario nazionale di Brando Benifei.

Fu un confronto duro, appassionante, in cui fui davvero orgogliosa di presentare la mozione, di sostenere con forza dei temi in cui credevo fermamente, pur sapendo di essere in una posizione minoritaria, ma fu anche l’occasione in cui cominciai a rendermi conto che i giovani, se sono accecati dalla brama di potere e dal desiderio di accaparrarsi posti e poltrone, possono essere peggio dei “vecchi” ed iniziai a comprendere il significato della famosa frase di Brecht “ci sedemmo dalla parte del torto che tutti gli altri posti erano occupati”, in quanto non sempre essere in maggioranza vuol dire fare la cosa giusta, specie se la scelta è dettata da meri interessi e calcoli politici.

Tuttavia sarò sempre grata a quel Congresso, perché mi ha fatto conoscere amici a cui sono molto affezionata, come Brando Benifei e Michele Masulli, con cui ho costruito un duraturo rapporto di amicizia, affetto e stima reciproca.

Nella marzo del 2013, in seguito alla non vittoria del PD alle Politiche e al tradimento con il quale i famosi 101 silurarono Prodi, e lo stesso segretario e nostro candidato premier Bersani, quando il partito stava attraversando un momento molto difficile, a cui diversi giovani cercarono di reagire con il fenomeno di Occupy PD, io iniziai ad avvicinarmi alle posizioni politiche di Giuseppe Civati.

Mi recai al Politicamp da lui organizzato a Reggio Emilia nel luglio 2013 e durante quei tre giorni mi confrontai con un modo più innovativo di fare politica, più aperto ed inclusivo, basato soprattutto sull’ascolto delle istanze dei cittadini, era come se lì si respirasse un’aria nuova, carica di entusiasmo e di passione, dopo i mesi grigi che avevamo attraversato, cosicchè presi la decisione di sostenere Pippo al Congresso 2013.

A Foggia fui tra i primi a sostenere la mozione Civati, di cui divenni referente cittadina, in un contesto complicato, in cui  molti stavano saltando sul carro di Matteo Renzi, vincitore annunciato, ma, come ho già sottolineato, essere in minoranza non mi ha mai spaventato, dato che ho sempre fatto politica per pura passione, seguendo le idee in cui credevo, senza badare all’utile politico. Ho condiviso i mesi del Congresso 2013 con tanti amici: Paolo Soccio, referente provinciale della Mozione, Gianclaudio Pinto, compianto referente regionale, appassionato e sincero come pochi, Elena Gentile, Maria Elena Ritrovato, Mariella Romano, Mariano Rauseo, Giuliana Damato, Anna Rita Lemma, Elvira Tarsitano, Elly Schlein, e tanti altri di cui non riporto i nomi solo perché lo spazio è tiranno.

Quei mesi sono stati fra i più belli ed esaltanti della mia esperienza politica, ero certa di impegnarmi per un progetto collettivo, non per un uomo solo al comando, in tutte le riunioni della mozione, a cui partecipavano tanti giovani provenienti da ogni parte d’Italia, si sentiva molto forte la consapevolezza di far parte di una comunità con una visione di società basata su un programma costruito dal basso, a cui tutti avevano potuto dare il proprio contributo.

Naturalmente in quel Congresso ci furono anche momenti difficili, soprattutto al livello locale, dove nei congressi provinciale e cittadino lo scontro fu davvero durissimo, arrivando spesso ad eccessi e a vere e proprie divisioni fra fazioni politiche, basate spesso non sulle diversità dei temi e delle proposte, ma su mere logiche di spartizione dei ruoli.

Queste lacerazioni, che danneggiarono il partito, si trascinarono fino alle primarie per la scelta del candidato sindaco di Foggia, nel marzo 2014, allorchè scelsi di sostenere la ricandidatura di Gianni Mongelli, e furono anche la causa principale della clamorosa sconfitta del centro-sinistra foggiano alle elezioni comunali del 2014, quando perdemmo per soli 366 voti di scarto. Se infatti applichi il divide et impera di cesariana memoria al contrario, al tuo interno, e non nei confronti dei tuoi avversari politici, non puoi aspettarti altro che una sonora sconfitta.

Durante il Congresso del 2013 poi io fui scelta come Responsabile Organizzazione del PD di Foggia, carica che ho ricoperto fino ad oggi, cercando sempre di impegnarmi al massimo delle mie possibilità, di cui cito solo alcuni momenti fondamentali: la pianificazione della campagna per le Comunali del 2014, con l’impegnativa stesura del programma, al quale, come segreteria cittadina, lavorammo alacremente; l’organizzazione annuale delle Feste de L’Unità, di cui ricordo con piacere soprattutto quella del settembre 2014, a detta di tutti una delle migliori e certamente non solo per il mio lavoro, ma perché frutto di tutto un gruppo che aveva contribuito alla riuscita; la preparazione delle Regionali 2015, con l’esperienza delle Sagre del Programma a sostegno del nostro candidato Presidente, Michele Emiliano; i numerosi gazebo organizzati durante la campagna per il Referendum Costituzionale, conclusasi il 2 dicembre 2016 con la vittoria del No; le Primarie del 30 marzo 2017 per la scelta del Segretario nazionale.

Devo confessare che prima di addivenire a questa decisione ci sono stati almeno altri due momenti in cui avevo seriamente pensato di lasciare il PD.

Il primo è stato nel maggio 2015, quando Pippo Civati e altri amici, che avevano vissuto con me il percorso congressuale del 2013, decisero di uscire dal partito e di fondare Possibile. Per me fu un abbandono molto doloroso, perché si trattava di compagni con i quali avevo condiviso un progetto in cui avevo creduto fermamente, perciò la tentazione di andarmene fu molto forte.

Ci sono persone in grado di vedere le cose con chiarezza prima degli altri e Pippo è sicuramente una di queste, lui ha sempre guardato molto lontano, ha sempre avuto questa capacità di prevedere gli scenari politici futuri e probabilmente aveva già compreso prima di molti di noi la strada che il PD avrebbe preso.

Era infatti già abbastanza evidente la deriva personalistica che il PD stava imboccando, con Renzi capace solo di circondarsi di cortigiani compiacenti, sordo alle critiche costruttive della minoranza, sempre più schiacciata e privata di agibilità politica. Allora che cosa mi trattenne? Perché decisi di rimanere?

Sicuramente, in primis, perché sono una persona a cui non piace mollare, credevo ancora che le cose si potessero cambiare dall’interno e volevo provare a farlo in quella che ritenevo la mia casa politica. E poi il secondo motivo furono le Regionali del 2015: la visione che Michele Emiliano aveva della Puglia mi aveva convinta ad appoggiare il suo progetto, mentre al Consiglio Regionale decisi di sostenere la candidatura di Raffaele Piemontese. I mesi di campagna regionale trascorsi al comitato di Raffaele li ricordo con molta gioia, spesso ci riunivamo per discutere di temi, idee, progetti per la Capitanata, si respiravano un grandissimo entusiasmo e tanta voglia di fare, tutti elementi che influirono sulla mia decisione di restare nel PD, perché intravedevo ancora una progettualità politica.

Il secondo momento in cui avrei potuto mollare è stato alla vigilia delle primarie 2017, quando quasi tutta la minoranza del partito, fra cui esponenti di spicco, come Pierluigi Bersani, Roberto Speranza ed Enrico Rossi, dopo il fallimento di innumerevoli tentativi di dialogo con il segretario Renzi, decise di uscire dal PD e di fondare Articolo 1-Mdp. Ero molto scoraggiata e demotivata, perché il dibattito politico era completamente appiattito sul segretario uscente e l’esito del Congresso sembrava scontato.

Fu solo la discesa in campo di Michele Emiliano come competitor ad impedirmi di andarmene, probabilmente se fosse uscito anche lui con Bersani, Rossi e Speranza avrei preso questa decisione qualche mese fa, in quanto un partito in cui la minoranza non esiste più o viene continuamente schernita, ignorata e tacitata non è più degno di chiamarsi democratico.

La decisione di Michele Emiliano di candidarsi a Segretario nazionale mi aveva fatto pensare che fosse ancora possibile provare a cambiare il Pd dall’interno, ad invertire la rotta rispetto alla virata a destra che aveva preso, perciò decisi di sostenere la sua candidatura al Congresso dello scorso marzo, riconoscendomi nelle idee veicolate dalla sua mozione.

Per mia natura poi io sono una che non si arrende facilmente, che cerca sempre di provare tutte le strade prima di mollare, perciò decisi di tentare quest’ultima carta prima di prendere una decisione così drastica e definitiva e di abbandonare un progetto nel quale avevo investito per otto anni passione, tempo, energie ed entusiasmo.

La campagna congressuale è stata affrontata con profondo entusiasmo e i risultati sono stati abbastanza positivi, tuttavia è stato chiaro fin dall’inizio della riconferma di Renzi che la musica non sarebbe cambiata e che lo spazio di manovra della minoranza, in termini di apporto di temi ed idee, sarebbe stato veramente esiguo, quasi nullo, come già si era evidenziato al termine del Congresso precedente.

Certo il Segretario ha convocato una conferenza programmatica per ottobre ed ha inserito nel comitato organizzativo pure i suoi competitors alle primarie, ma questo può essere sufficiente? Per me sinceramente no, anche perché Michele Emiliano, che durante la fase congressuale aveva agito da pungolo, fornendo interessanti stimoli alla discussione politica e contestando con forza Renzi su alcuni punti chiave, come la scuola, le politiche ambientali, la legge elettorale, adesso mi pare aver perso la sua spinta propulsiva ed innovativa ed essersi troppo appiattito sulle politiche renziane.

A questo punto non penso ci sia più lo spazio di manovra per cambiare il partito dall’interno, non ci sono proprio le condizioni, perciò ho deciso di andarmene, ma ci tengo a ribadire che non sono io ad abbandonare il PD, ma è proprio il Pd ad essersi spostato da un’altra parte rispetto al suo spirito e ai suoi valori originari.

Se ripenso al partito a guida Bersani del 2009, quando io mi sono iscritta, e a quello di adesso, dopo quattro anni di segreteria di Renzi, noto un abisso incolmabile, che ci ha condotti alla nostra scissione più grave: quella da migliaia di nostri iscritti ed elettori, i quali, non riconoscendosi più in determinate politiche, hanno scelto di andarsene, magari ingrossando le fila degli elettori del M5S, o rifugiandosi nell’astensionismo.

Molte scelte politiche fatte dal Segretario hanno portato i nostri elettori ad allontanarsi, a non sentirsi più rappresentati e a non considerare più il PD la propria “casa”, proprio come ora è accaduto a me: una gestione solitaria del partito, caratterizzata dalla tendenza a circondarsi non delle persone più brave e meritevoli, ma di quelle più fedeli e vicine a lui, rientranti nel cosiddetto “Giglio Magico”, che ora sta diventando sempre più un giglio appassito; il Referendum Costituzionale, bocciato dal 60% degli Italiani, a causa di un evidente scollamento creatosi con i cittadini, i quali evidentemente non hanno ritenuto prioritario il tema delle riforme costituzionali, rispetto ad altri avvertiti come più urgenti, specie quello del lavoro; una legge elettorale, l’Italicum, che ci avrebbe dovuto copiare tutto il mondo, bocciata dalla Corte Costituzionale, perché ritenuta incostituzionale; la Riforma della PA della Madia, pure cassata in gran parte dalla Consulta; gli errori della Buona Scuola, evitabili se ci fosse stata la volontà di ascoltare maggiormente le parti sociali coinvolte; l’abolizione dell’articolo 18, con la relativa diminuzione delle tutele per i lavoratori e il clima di guerra permanente ai sindacati; il Referendum sulle Trivelle, liquidato con arroganza (il “ciaone” di Carbone ce lo ricordiamo tutti).

Per farla breve, insomma, Renzi è riuscito in tre anni ad attuare tutte quelle politiche di destra che non era riuscito a realizzare neppure Silvio Berlusconi nei suoi anni di governo.

L’attuale PD è diventato il partito dell’uomo solo al comando, un mero comitato elettorale, in cui, ad ogni livello, non contano il merito, la bravura e l’impegno, ma soltanto la fedeltà al capo e dove i circoli sono stati trascurati (basti vedere i pasticci combinati da Orfini nel Pd romano), anziché essere valorizzati come centri propulsivi dell’attività del partito, senza che si desse più ascolto alle istanze provenienti dalle realtà locali.

Per non parlare poi della formazione politica, quasi totalmente assente durante la segreteria renziana, a differenza degli anni precedenti, quando invece quest’aspetto era ritenuto fondamentale. A questo proposito ricordo molto bene l’esperienza entusiasmante della scuola di formazione politica “Finalmente Sud”, tenutasi nel 2012, e indirizzata a tantissimi ragazzi del Mezzogiorno, volta a valorizzare le potenzialità del sud e a favorire lo sviluppo di una classe dirigente matura e consapevole fra i giovani meridionali.

E’ un partito in cui ormai mancano una visione ed una progettualità politica di sinistra, in quanto temi come l’uguaglianza e i diritti, la progressività della tassazione, il lavoro, l’ambiente, il Mezzogiorno, vengono messi in secondo piano e si fa la rincorsa alla destra sui suoi temi, tradendo così lo spirito che era stato alla base della fondazione del PD alle primarie dell’ottobre 2007, allorchè si era voluto costituire un grande partito democratico e progressista, capace finalmente di sfidare la destra sui temi e di batterla, non di inseguirla sul suo stesso terreno.

Purtroppo anche sul piano locale la situazione non è differente, in quanto il PD, sia a livello provinciale che cittadino, si trova spesso ad essere imbrigliato in aspri scontri tra le diverse fazioni politiche, che finiscono inevitabilmente per atrofizzare l’azione politica, in un clima di guerriglia permanente, che ho sempre provato, per quanto ho potuto, a sedare e a stemperare, e di cui ormai sono stanca. Lo dico sinceramente: solo il pensiero di dover affrontare un altro congresso locale come quello scorso, del 2013, mi faceva venire l’orticaria ed è stato un ulteriore incentivo ad andarmene, non certo a restare.

Per tutti questi motivi ho deciso di non rinnovare la tessera, di lasciare il PD e di aderire ad Articolo 1-Mdp, riconoscendomi nei suoi valori e nel suo progetto di voler ridare una “casa” a tutti gli elettori di sinistra delusi dalla mutazione genetica del PD degli ultimi anni, ed apprezzando moltissimo anche lo spirito unitario, dimostrato in questi mesi, nel lavorare congiuntamente alle altre forze di sinistra, quali Possibile, SI e Campo Progressista, per fornire ai cittadini un’alternativa credibile alle prossime Politiche, ormai vicine.

Non è stata una decisione facile per me, perché al PD negli ultimi otto anni ho dedicato tempo ed energie e vi lascio anche alcuni amici a cui sono legata da stima e affetto, però io ho sempre fatto politica per passione, non certo per mestiere (infatti il mio lavoro è un altro), senza mai chiedere nulla in cambio, ragionando da donna libera, pagando certamente pure un prezzo per questo in termini di incarichi e visibilità, ma andando sempre a testa alta.

La politica per me o si mette al servizio della comunità, cercando di migliorarne le condizioni di vita e di trovare soluzioni ai problemi, o non ha ragione di essere, o si fa spinti da passione, entusiasmo, avendo in mente una progettualità ben precisa, o è meglio lasciar perdere.

Sono consapevole che molti amici probabilmente non condivideranno questa mia scelta, magari pensando che abbandonare il campo sia sempre un errore, ma io non avrei potuto continuare ad  impegnarmi in una causa nella quale non credevo più, perciò ho deciso di seguire i miei valori, come d’altronde ho sempre cercato di fare in questi anni, e di andare appunto dove mi porta il cuore.

Non mi interessano neppure le percentuali di voto dei sondaggi, perché se credi davvero in un’idea non ha importanza essere in dieci, cento o mille a sostenerla, cerchi comunque di impegnarti al massimo per la riuscita del progetto, senza meri calcoli elettorali, dato che, se è vero che in politica contano i numeri, anche il cuore e la passione sono imprescindibili. E poi, citando Pierluigi Bersani, “non di sola maggioranza vive l’uomo” e su questo io sono profondamente d’accordo.

Agli amici che rimangono nel PD auguro comunque buon lavoro, sperando che, quando in futuro ci confronteremo sui vari temi ormai da posizioni diverse, potremo farlo sì con fermezza e decisione, ma sempre nel rispetto reciproco, senza contribuire a quest’imbarbarimento dilagante della politica.

Comincio questa nuova avventura in Mdp con grande entusiasmo e voglia di fare, felice di ritrovare anche amici come Gianluca Ruotolo, Costanza Di Muro, Alessio Cristino, con i quali sono sicura lavoreremo bene e proficuamente.

Scusatemi se mi sono dilungata, ma non è stato affatto semplice ripercorrere in poche pagine otto anni di attività politica, spero di non avervi tediato troppo, ma, citando Alessandro Manzoni, “se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta” ;-).

 

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Simone ha detto:

    Il tuo sfogo merita una risposta, per quello che può servire la risposta di un sedicente blogger di viaggi quale io sono. Le opinioni politiche sono tutte rispettabili, nessuna esclusa. Credo comunque che nell’attuale fase storica bisogna sempre cercare ciò che accomuna e non ciò che divide. C’è un partito all’interno del quale si discute, magari animatamente. Poi la maggioranza del partito prende delle decisioni (ad esempio, su come votare su una certa legge). La minoranza deve accettare in attesa della successiva decisione. Se non ci si trova più in sintonia con il resto del partito, beh! meglio lasciare senza però creare un partito avversario. Altrimenti, iterando questo processo, si corre il rischio creare partiti ciascuno dei quali composto da una sola persona. Con il risultato che, per dissociarsi da un partito dal quale non ci trova in sintonia per il 20%, si dà il governo a una coalizione politica dalla quale ci separa il 100%. E questo vale per la sinistra, la destra, il centro, ….. In bocca al lupo!

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