Consigli di lettura/ Bruciare la frontiera

 

Bruciare la frontiera è il penultimo romanzo dello storico e scrittore Carlo Greppi, dottore di ricerca in Studi Storici, che ho avuto modo di apprezzare seguendo una puntata di Rai Storia di Paolo Mieli nella quale si discuteva di Shoah e leggi razziali.

Ne ebbi subito un’impressione molto positiva, perché notai che era capace di far comprendere la storia e di spiegarla in maniera chiara anche ai non addetti ai lavori, dote a mio avviso fondamentale, in quanto la cultura deve essere fruibile dal maggior numero possibile di persone, altrimenti rischia di rimanere solo un vacuo e sterile esercizio letterario che non serve a nessuno.

Tornando al libro, la trama è caratterizzata da due storie parallele che s’intrecciano fra loro: da una parte ci sono due ragazzi diciottenni, amici inseparabili, Kappa e Francesco, il quale decide di fare un viaggio per i suoi diciotto anni al confine fra l’Italia e la Francia, allo scopo proprio di vedere come sia fatta una frontiera, seguendo così il suggerimento datogli, poco prima di morire, dall’amato nonno Dodo; dall’altra, invece, c’è Ab, un giovane tunisino, innamoratosi in chat di Céline, una ragazza francese, e disposto a tutto per amor suo, anche ad attraversare la frontiera a Ventimiglia per raggiungerla in Francia, dove lei vive, dopo essere scappato dalla Tunisia.

La vicenda si configura per certi aspetti come un vero e proprio Bildungsroman, un romanzo di formazione per Francesco, che durante il viaggio passa attraverso un importante processo di maturazione e di crescita interiore, grazie al quale imparerà a conoscere meglio se stesso e anche il mondo che lo circonda, con tutte le sue difficoltà e contraddizioni.

Fondamentali per raggiungere questo risultato sono tre storie delle quali viene a conoscenza durante il viaggio, incentrate sempre intorno alla frontiera: quella di Ernestyna ed Isaak, coppia di ebrei galiziani fuggiti dall’Austria per le persecuzioni razziali e rifugiatisi in Francia, dopo aver attraversato il confine a Ventimiglia; di Paul Gruninger, capo della polizia del cantone di San Gallo, che, disobbedendo agli ordini dei suoi superiori, da lui ritenuti ingiusti, aiutò moltissimi Ebrei ad entrare in Svizzera durante la Seconda Guerra Mondiale, pagandone le conseguenze, nell’atavico conflitto fra legge morale e legge dello Stato, eternato dall’Antigone di Sofocle; e, infine, di una ragazza di Bronte, in Sicilia, aiutata dal nonno Dodo a passare la frontiera alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, allorchè tanti meridionali provavano, correndo grandi rischi, ad attraversare le Alpi per cercare migliori condizioni di vita in Francia e dei quali, oggi, quasi tutti sembrano averne perso la memoria storica.

I personaggi sono costruiti dall’autore con grande attenzione alla loro evoluzione psicologica: Francesco è colui che passa attraverso quello che si potrebbe definire come e vero e proprio rito di iniziazione, rappresentato dal viaggio con tutti i suoi risvolti, al termine del quale è senza dubbio una persona più matura e consapevole, tanto da essere in grado anche di compiere un repentino gesto di aiuto nei confronti di Ab, fondamentale per la risoluzione positiva della sua vicenda; Kappa è più istintivo del suo migliore amico, più impetuoso nelle sue azioni, ma pure lui esce arricchito dall’esperienza vissuta con Francesco; Ab è molto coraggioso, per amore di Cèline ha lasciato tutto e rischiato ogni cosa, avventurandosi verso l’ignoto e correndo rischi enormi in una terra straniera da lui avvertita come ostile, nella quale però fortunatamente trova ancora qualcuno capace di restare umano e di compiere gesti di amore e solidarietà; Céline, che da figura piuttosto passiva all’inizio della vicenda, poi diventa più forte e determinata, proprio grazie all’amore di Ab, tanto da scappare di casa, attraversare il confine ed arrivare fino a Ventimiglia per andare a prendere il suo amato, incurante dei pericoli a cui si sta esponendo, quasi come se il coraggio dimostrato da lui si fosse trasfuso anche in lei.

Bruciare la frontiera è un’opera strettamente connessa al presente, ai giorni che stiamo vivendo, in quanto, come ha anche sottolineato Carlo Greppi nell’ultimo capitolo, nelle zone di confine tra Italia e Francia, a Ventimiglia, a Bardonecchia, solo per citarne alcune, si verificano sistematiche violazioni dei diritti: un numero enorme di minori viene illegittimamente respinto alla frontiera e non riceve alcun tipo di presa in carico, neanche dal punto di vista alloggiativo e centinaia di persone vivono in condizioni di sostanziale indigenza, in assenza di idonei servizi di assistenza legale, sanitaria e sociale.

Allo stesso modo, le vicende raccontate nel libro ci rimandano drammaticamente a diverse questioni di politica estera ed interna: basti pensare, per la prima categoria, al muro che oggi separa il Messico dagli Stati Uniti, con tutte le relative violazioni dei diritti ad esso connesse, o a quello fatto erigere da Orban in Ungheria, nel cuore dell’Europa, dove anche la solidarietà e l’umanità sembrano essere diventati reati, o alle minacce dell’Austria di Kurz di militarizzare la frontiera con il Brennero.

Per quanto invece concerne gli avvenimenti di casa nostra diversi sono i casi in cui la frontiera sembra essere diventata un limite invalicabile, dove le persone sono trattate più come fastidiosi problemi da risolvere, di cui disfarsi rapidamente, che non come esseri umani di cui rispettare in primis la dignità e i diritti.

A tal proposito mi limiterò a citare due esempi su tutti: in primo luogo gli accordi stretti da Minniti con la Libia, che hanno senza dubbio ottenuto il risultato di ridurre drasticamente gli sbarchi dei migranti sulle nostre coste, ma solo perché sono stati rinchiusi nei campi libici, veri e propri lager dei nostri giorni, dove sono stati sottoposti ad ogni genere di abusi e di torture; e poi, naturalmente, la situazione politica degli ultimi due mesi, durante i quali, più volte, a navi delle Ong, ingiustamente criminalizzate per il solo fatto di salvare vite, o addirittura della nostra Guardia Costiera, è stato impedito per diversi giorni di attraccare nei nostri porti, giocando ad un pericoloso braccio di ferro con l’Europa sulla pelle di persone disperate e già duramente provate.

Certo c’è anche da aggiungere che le carenze delle istituzioni europee su queste questioni sono enormi, perché se molti stati europei si stanno chiudendo nelle loro frontiere e nei propri nazionalismi egoistici significa che il progetto che i nostri nonni avevano immaginato con il Manifesto di Ventotene, quando concepirono l’idea di un’Europa unita sotto tutti i punti di vista, non solo per quanto concerne il profilo finanziario, è stato profondamente tradito e messo in discussione.

Da questo punto di vista è impensabile illudersi di ottenere dei risultati positivi rimanendo ciascuno chiuso nella sua torre eburnea, facendosi dominare dalla paura dilagante, ma appare evidente che solo un’Europa realmente coesa ed unita possa affrontare con successo un fenomeno come quello migratorio che è sempre esistito, dalla notte dei tempi e non può essere certo arginato con muri e fili spinati, come la Storia ci ha mostrato innumerevoli volte.

Il romanzo ci fa quindi riflettere con mente sgombra dai pregiudizi su queste questioni fondamentali: il fil rouge di tutte le storie in esso raccontate è la frontiera, vista però non solo quale limite invalicabile, che inevitabilmente divide le persone, ma anche come ponte, magari pure capace di unire, di creare legami, scambi culturali, relazioni umane, in quanto tutti i personaggi presenti nella storia sono considerati esclusivamente viaggiatori e, soprattutto, persone con il loro bagaglio di umanità, di dignità e mai meri problemi da risolvere o da respingere indietro.

Nel libro la storia di Francesco e Kappa e quella di Ab e Céline sembrano intrecciarsi inestricabilmente e ad un certo punto quasi identificarsi, è impossibile per il lettore non sentirli vicini a lui e tra loro, come se l’autore avesse voluto sottolineare che l’altro, quello che magari ci fa tanta paura solo perché non lo conosciamo, in realtà non ha nulla di così differente da noi, se siamo in grado di guardarlo non con gli occhi del pregiudizio e della diffidenza, ma con quelli dell’umanità e della solidarietà e con quell’empatia che aveva già fatto scrivere a Terenzio, più di duemila anni fa: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”.

Per tutti questi motivi, quindi, un romanzo da far leggere anche ai ragazzi in classe per combattere quell’intolleranza e quel razzismo che purtroppo sono sempre in agguato in maniera strisciante e che noi docenti dobbiamo cercare di contrastare con durezza e con ogni mezzo a nostra disposizione, cercando di aprire le loro menti al confronto con l’altro, allo scambio culturale, visto come fonte di crescita e di arricchimento interiore e provando ad abbattere i muri e le frontiere, specie quelle mentali, le più pericolose di tutte.

Concludo sottolineando come forse la riflessione più significativa che possiamo trarre dal libro sia proprio racchiusa nella sua frase finale “Fuck the borders, open borders”, che ognuno di noi dovrebbe sempre cercare di ricordare per provare ad essere una persona migliore.

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