Consigli di lettura/Borderlife

Avevo sentito parlare del romanzo Borderlife della scrittrice israeliana Dorit Rabinyan già qualche mese fa, mi aveva subito incuriosita ed interessata, cosicchè mi ero ripromessa di leggerlo al più presto, non appena fosse uscito sul mercato italiano. Poi, come spesso accade, mi era passato di mente, ma, due settimane fa, guardando la classifica dei libri più letti dell’ultimo periodo, l’ho ritrovato e improvvisamente una lampadina si è riaccesa nella mia testa. L’ho letto in tre giorni, staccandomene a fatica, come mi capita solo quando un romanzo riesce a toccare le corde del mio cuore e davvero, girando l’ultima pagina, mi è sembrato quasi di dover dire addio ad un amico.

Borderlife è un libro che affronta un tema molto delicato ed attuale: al centro della vicenda, ambientata nel 2003, in una New York ancora stordita dai fatti dell’11 settembre, c’è infatti la storia d’amore difficile e travagliata tra una traduttrice e scrittrice israeliana, Liat, e un talentuoso pittore palestinese, Hilmi, che, come novelli Romeo e Giulietta dei nostri giorni, si amano appassionatamente e disperatamente, nonostante appartengano a due popoli che si fanno la guerra da più di 50 anni e tutto sia quindi contro di loro.

La vicenda, come ha raccontato la stessa scrittrice, è molto autobiografica, perché davvero lei in quegli anni ha vissuto a New York un’intensa storia d’amore con un promettente pittore palestinese, Hassan Hourani, morto tragicamente, annegato, nell’agosto del 2003, sulla spiaggia di Yaffa a soli 28 anni. A lui, alla sua memoria, Dorit Rabinyan ha voluto dedicare il romanzo, che è permeato da tutta quella dolcezza e quella nostalgia tipiche di un amore bruscamente interrotto, finito male per un destino tremendamente ingiusto e avverso.

Tornando al libro, Liat ed Hilmi, a New York, lontano da casa, dai rispettivi popoli e dal cumulo di diffidenza, sospetto ed odio reciproco che da troppo tempo si portano dietro, sono liberi di amarsi, anche se lo scontro israelo-palestinese è sempre presente fra di loro, aleggia, come un fantasma minaccioso, un muro invisibile, il quale però è tangibile nella loro mente e rimanda a quello tristemente reale, concreto che separa Israele dai Territori Palestinesi, rappresentando non solo una barriera fisica, ma mentale, quasi uno stato dell’anima, che resta attaccato addosso e dal quale è difficile staccarsi.

E che quest’amore non sarà affatto facile e completamente libero, ma sempre condizionato dall’annosa questione arabo-israeliana, spicca subito agli occhi del lettore, che avverte per tutto il tempo una sorta di tensione latente, a fior di pelle, pronta ad esplodere alla minima avvisaglia.

Cito solo qualche esempio, per non rovinare la sorpresa della lettura: Liat non ha il coraggio di confessare ai suoi genitori della sua storia con Hilmi, così, ogni sabato, quando telefona a casa per lo Shabat, gli chiede di sparire per 10 minuti dalla sua vita, di non farsi accorgere, come se dovesse annullarsi, smettere di esistere, e questo naturalmente genera nel giovane una forte frustrazione, facendogli ricordare che il loro è un amore a tempo, con una scadenza ben precisa, il 20 maggio, la data in cui lei tornerà in Israele; ancora, Hilmi le racconta di aver trascorso 4 mesi in una prigione israeliana, quando aveva 15 anni, per aver disegnato la bandiera palestinese e di essere stato tenuto in condizioni molto dure e Liat, allora, nel suo intimo, non può non chiedersi quali siano stati i sentimenti del giovane quando gli ha raccontato del suo servizio militare e cosa abbia provato nell’immaginarla nelle vesti di una soldatessa dell’esercito israeliano.

La vicenda politica, sempre stagliata sullo sfondo, entra prepotentemente in scena durante una cena con il fratello di Hilmi, giunto a  trovarlo a New York dalla Germania. A questo punto nel dialogo tra quest’ultimo e Liat emergono le due soluzioni più note avanzate per risolvere la questione israelo-palestinese: quella dei due Stati, ciascuno con un proprio governo e territorio, e quella binazionale, con un unico Stato e parità di diritti per entrambi i popoli. Liat incarna la prima, ritenendo che sia l’unica praticabile in quanto permetterebbe di preservare l’identità ebraica, mentre il fratello di Hilmi la ritiene ormai fallimentare per la difficoltà di dividere territori e risorse fra i due popoli in causa e, perciò, propende per un unico Stato dove tutti abbiano uguaglianza di diritti. Le posizioni sono evidentemente inconciliabili, perciò la discussione termina con una lite e un nulla di fatto, diventando inevitabilmente metafora di tutti i fallimenti delle trattative di pace israelo-palestinesi degli ultimi anni, dovuti soprattutto all’incapacità dei due interlocutori di ascoltare e cercare di comprendere le ragioni dell’altro.

Dorit Rabinyan illustra semplicemente al lettore i due punti di vista, non prende una posizione a favore o contro nessuno dei due, lascia a chi sta leggendo la massima libertà di farsi un’opinione e propendere per la soluzione migliore. Si limita ad illustrare le motivazioni di entrambe le parti in causa: degli Israeliani, i quali vivono nella continua paura di attentati e temono di perdere la loro identità, troppo condizionati dai fantasmi del proprio passato e della Shoah, mai realmente superata del tutto, e dei Palestinesi, che non possono continuare a vivere sotto occupazione e a trascorrere gran parte della loro vita ai check-points israeliani, trattati come cittadini di serie B. Davanti ad una simile situazione sembra che la scrittrice voglia sottolineare solo un elemento fondamentale: qualunque soluzione si voglia trovare, essa resterà sempre impraticabile se non si è disposti a dialogare, a venirsi incontro, se si resta arroccati nelle proprie posizioni e chiusi nelle proprie paure ataviche, in quanto nessun futuro potrà essere possibile se non si supera e si mette da parte il passato con il suo bagaglio di odio, dolore e diffidenza reciproci.

I due protagonisti poi sono delineati con grande profondità psicologica, tanto che il lettore finisce quasi per immedesimarsi  e vedere gli eventi attraverso il loro punto di vista. Liat, la narratrice di tutta la vicenda, è una donna piena di dubbi ed incertezze, che avverte tutto il peso di un conflitto atavico, dal quale non riesce a liberarsi, anche se lo vorrebbe. La preoccupazione per cosa penserebbero i suoi genitori ed amici della sua relazione con Hilmi infatti non l’abbandona mai, è sempre lì, presente fra loro, come un fantasma pronto ad avvelenare tutto ciò che di bello stanno provando a costruire. E allora, davvero, ci sono dei momenti nei quali il lettore vorrebbe entrare nel romanzo per scuoterla forte e gridarle di avere più coraggio, di infischiarsene della famiglia, delle consuetudini, delle regole e di quello che penseranno gli altri perché la vita è troppo breve per perdere senza lottare una cosa così bella come la storia che sta vivendo con Hilmi.

Quest’ultimo invece affronta la loro storia con maggiore decisione e coraggio, sprizzando entusiasmo e gioia di vivere da tutti i pori, riuscendo a travolgere Liat con un’allegria contagiosa, sperando sino all’ultimo che, in fondo, per loro ci sarà futuro, che le cose si sistemeranno in qualche modo e non sarà tutto destinato a finire il 20 maggio, giorno della ripartenza della ragazza per Israele, sorta di deadline inquietante, di spada di Damocle sempre presente nei pensieri dei due innamorati. E quindi, il lettore non può non sperare con Hilmi, illudersi fin quasi all’ultima pagina che ci possa essere sempre una soluzione, una seconda possibilità, un’alternativa, e restare con il fiato sospeso e le dita incrociate fino all’epilogo.

Il messaggio di Dorit Rabinyan è però anche intriso di speranza, basti pensare a come metta l’accento pure su ciò che accomuna i due protagonisti: ad un certo punto del libro, per esempio, i due si stanno lavando i denti nello stesso lavandino e, quasi in contemporanea, chiudono il rubinetto, perché ad entrambi è stato insegnato a non sprecare l’acqua; oppure, durante il gelido ed interminabile inverno newyorkese, soffrono entrambi allo stesso modo, in quanto non sono abituati a quelle temperature gelide, ma al caldo clima israeliano. E’ quindi come se nel romanzo ci fosse l’invito a cercare ciò che unisce i due popoli, non solo ciò che li divide, a trovare un punto d’incontro, nonostante le difficoltà, lo sforzo che questo comporta, a superare i pregiudizi, i preconcetti, spesso derivanti dalla scarsa conoscenza dell’altro, e a far prevalere l’amore, non l’odio, come riescono a fare i due protagonisti, riuscendo a vedere nell’altro non soltanto l’etnia di appartenenza, israeliana o palestinese, ma innanzitutto una persona con la quale relazionarsi.

Un romanzo di grande impatto, capace di emozionare, fino a commuovere nelle sue parti di maggiore lirismo, e di far riflettere su una delle questioni più importanti dei nostri giorni, senza avere la pretesa di offrire una soluzione preconfezionata o una verità assoluta, ma che ha proprio nella relatività e nella molteplicità dei punti di vista la sua maggiore forza e pregnanza. Solo un messaggio sembra venire forte e chiaro dall’autrice e io mi sento di condividerlo in pieno: nessuna soluzione potrà essere trovata se non si impara, da entrambe le parti, ad accettare e comprendere le ragioni dell’altro, a uscire dalla propria prospettiva, che spesso spinge a giudicare qualsiasi evento con i paraocchi, e a rinunciare anche ad un po’ della propria identità per permettere che si affermi quella dell’altro.

Certo non è facile, in quanto costruire talvolta richiede più impegno che distruggere, ma è l’unica strada percorribile, se si vuole raggiungere il traguardo più agognato di tutti: la pace e la convivenza civile tra due popoli ormai in guerra da troppo tempo, tanto da aver dimenticato come sia vivere pacificamente e da non riuscire quasi più a figurarselo, se non tra le pagine di un libro, che, quindi, a ragione, può considerarsi uno dei bestsellers dell’anno.

 

 

Per chi volesse approfondire segnalo quest’intervista alla scrittrice http://www.marieclaire.it/Attualita/interviste/intervista-a-Dorit-Rabinyan-su-borderlife#2.

 

Il libro inoltre in Israele ha suscitato aspre polemiche, tanto da essere proibito nei licei dal Ministero della Pubblica Istruzione,perché, incoraggiando le unioni miste, sarebbe un pericolo per l’identità ebraica. Nonostante questa censura assurda esso  ha avuto un successo enorme in patria e, in risposta al divieto, qualche mese fa, sei coppie miste, formate da Palestinesi e Israeliani, omo ed etero, amici, fidanzati o perfetti sconosciuti, hanno realizzato questo bellissimo video nel quale si baciano appassionatamente.

http://www.ilpost.it/2016/01/08/video-israeliani-palestinesi-si-baciano/

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