Il concorso 2016 non è la misura corretta per gestire la “fase transitoria”

E’ notizia di ieri: il TAR del Lazio, con un decreto monocratico, consente in via cautelare che alcuni ricorrenti privi di abilitazione all’insegnamento partecipino al prossimo concorso a cattedra. Tra i beneficiari di tale dispositivo figurano docenti con almeno 36 mesi di anzianità, dottori di ricerca, diplomati. Adesso si attendono gli esiti di altri ricorsi, nonché le risposte definitive sui singoli contenziosi, che il tribunale dovrebbe emettere nelle prossime settimane. La notizia ha scatenato il caos fra gli insegnanti precari italiani, abilitati e non.

Nella scorsa estate, durante l’iter di approvazione della legge 107 da parte dei due rami del Parlamento, l’Associazione Adam espresse subito serie perplessità sull’esclusione dei non abilitati dalle procedure concorsuali, mettendo in dubbio la legittimità costituzionale della norma e preannunciando che essa sarebbe stata scardinata per via giuridica dai tribunali amministrativi. Ed ecco che oggi, appena scaduti i termini indicati dal bando di concorso, questa previsione sta puntualmente diventando realtà (nella giurisprudenza le misure cautelari vengono trasformate in sentenze definitive in un’alta percentuale dei casi). Sembra dunque sfumare la possibilità che si avvii un nuovo ciclo di TFA, la cui utilità si annullerebbe del tutto se la semplice laurea tornasse ad essere un requisito sufficiente per prendere parte ai concorsi pubblici per l’insegnamento.

Del resto il fatto che il MIUR non abbia pieno controllo della situazione emerge anche da altri elementi. Basti pensare che sul numero dei partecipanti al concorso le discrepanze fra le aspettative del Ministero e i dati reali sono notevoli: a fronte delle “200mila domande attese”, solo 165 mila sono giunte a destinazione attraverso il sistema IstanzeOnline. E’ evidente che manca una effettiva conoscenza del numero di persone fisiche presenti nelle graduatorie di istituto, non essendo mai stato effettuato un censimento puntuale, che invece avrebbe dovuto essere una priorità per effettuare una programmazione di ampio respiro.

Il dato centrale, più volte denunciato dalle Associazioni di docenti e da molti esponenti politici, emerge con chiarezza sempre maggiore: il concorso 2016, a dispetto di tante dichiarazioni entusiastiche, non è la misura corretta per gestire la “fase transitoria” che il sistema di reclutamento sta attraversando.

E’ insensato che decine di migliaia di aspiranti docenti siano stati obbligati a frequentare costosi corsi abilitanti (spesso superando dure procedure di accesso come quelle del TFA) soltanto per ottenere un punteggio aggiuntivo in un concorso aperto (per via giuridica) anche ai non abilitati. Per questo riteniamo che la forza della nostra rivendicazione principale, il riconoscimento del valore concorsuale delle prove d’ingresso del TFA, sia nei fatti rinvigorita dalle notizie delle ultime ore. Un efficace strumento per reclutare, un vero concorso-corso, il MIUR l’aveva già trovato: aveva infatti promesso 27mila posti ad altrettanti abilitati, in ottemperanza al “fabbisogno”; posti che per buon senso e buona programmazione non avrebbero mai dovuto essere oggetto di concorso, ma essere destinati a chi aveva superato il TFA. Ora si rende necessario un piano politico di ampio respiro, che garantisca a tutti i docenti già abilitati uno sbocco nel mondo della scuola, che non sia vincolato al superamento di un concorso dalle regole incerte e continuamente modificabili.

Questi aspetti sono stati denunciati più di una volta: con documenti aperti indirizzati a tutti i rappresentanti del Governo; con la petizione #TfaInRuolo (visitabile a questo link https://www.change.org/p/gli-abilitati-con-tfa-rientrino-di-diritto-tra-i-destinatari-del-prossimo-piano-di-assunzioni-straordinario-tfainruolo ), che ha superato le 9mila firme; con mozioni presentate ai Senati Accademici dagli abilitati TFA e sostenute dalla CRUI; con fotopetizioni e manifestazioni. Del resto lo stesso Sottosegretario del MIUR Angela D’Onghia la scorsa estate ammetteva la validità delle nostre rivendicazioni, delegando ai tribunali la responsabilità di decidere sul nostro caso; citando le sue parole: “Non è giusto che persone che hanno fatto un percorso molto simile [TFA e SISS] siano trattate in modo completamente diverso”.

Alla luce di tutto ciò ci sembra giusto e ormai doveroso che gli abilitati TFA ricevano dalla politica il riconoscimento che spetta loro. Servono regole chiare adesso e subito: il Governo intervenga quanto prima, utilizzando lo strumento della delega al reclutamento, per correggere tutte le criticità riscontrabili nella legge 107; tra queste certamente l’esclusione dei non abilitati dai concorsi; ma anche il mancato riconoscimento del valore concorsuale del TFA e della dignità di tutti gli abilitati.

#TfaInRuolo

#nonsiamonoigliinadeguati

Il Direttivo dell’A.D.A.M.- Associazione Docenti Abilitati per Merito

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