Stasera nello spettacolo di Musica Civica “La passione e il talento” ho sentito uno straordinario Pupi Avati. Diversi i passaggi del suo intervento che mi hanno colpito, ma ce n’è uno in particolare che ha suscitato grandi emozioni in teatro, facendomi commuovere❤️❤️❤️.
Volevo condividerlo con voi, perciò cerco di riportalo nel modo più fedele possibile.
È un po’ lungo, ma a mio avviso, vale davvero la pena leggerlo.
“La vita umana si può spiegare attraverso due immagini metaforiche: quella di un’ellissi e quella di una collina da scalare.
Quando l’uomo viene al mondo e, per tutta la durata della sua infanzia, inizia quindi a salire questa collina, trovandosi nel primo quarto dell’ellissi.
È il periodo in cui per il bambino tutto ha la dimensione dell’eterno, del per sempre: l’amore per i suoi genitori, per il suo animale domestico, persino per i suoi giocattoli: dal suo punto di vista tutto dovrà durare in eterno e l’idea della caducità è completamente assente dalla sua mente.
Successivamente si continua a salire quella collina metaforica e si entra pertanto nel secondo quarto dell’ellissi: è il periodo della giovinezza, quando ci si impegna per il proprio futuro, si studia, si lavora, ma purtroppo si ha anche acquisita la consapevolezza della propria finitezza, perdendo così quella dimensione del per sempre, in quanto accanto ai sogni ha trovato posto la ragione, che spesso rischia di subentrare ad essi e di soffocarli.
A questo punto si è quindi giunti in cima alla collina, da cui è possibile vedere tutta la strada già percorsa e sentirsi in un certo senso arrivati.
Dopo questo momento, tuttavia, è inevitabile che inizi la discesa, si comincia “a scollinare”, entrando così nel terzo quarto dell’ellissi, coincidente più o meno con la piena maturità.
Pupi Avati descrive l’evento che per lui ha rappresentato l’inizio del suo “scollinare”: una sera, tornando in hotel, voleva leggere un libro, ma si accorse di aver difficoltà nel mettere a fuoco le parole.
Il giorno dopo si recò dall’oculista, mettendo così gli occhiali per la prima volta in vita sua.
Lo “scollinare”, dunque, ha inizio quando ci accorgiamo che un organo del nostro corpo comincia a vacillare, a venir meno e a non funzionare più come prima.
In questa fase si ha nostalgia della propria giovinezza, poiché ci si rende conto che la parte di vita già percorsa inizia ad essere di più di quella ancora da percorrere, per cui si tende spesso a rifugiarsi nei ricordi, nella memoria e a pensare maggiormente al passato che al futuro.
Infine, continuando la discesa, si giunge all’ultimo quarto dell’ellissi, contraddistinto dalla nostalgia della nostra infanzia: è la fase della vecchiaia, in cui si torna ad essere quasi bambini.
Questi ultimi e gli anziani hanno così in comune un sentimento fondamentale: la vulnerabilità, vale a dire la capacità di sentire e percepire ogni cosa, di comprendere gli altri, sviluppando una profonda empatia nei loro confronti.
Tale capacità si acquisisce pienamente soltanto in questa fase della vita, mentre nelle precedenti non era così sviluppata, perché si è più concentrati su noi stessi e sui nostri bisogni piuttosto che su quelli degli altri.
Sembrerebbe la fase più triste, quella del declino, ma in realtà non è da intendere in questo modo: è il nostro periodo migliore, perché mostrando vulnerabilità e tenerezza siamo molto meno egoisti, più protesi verso gli altri e finalmente in grado di riprendere quella dimensione dei sogni che forse avevamo tralasciato in nome della ragione e che mai dovremmo dimenticare.”