Consigli di lettura/ Pensieri di un’anima divisa

Pensieri di un’anima divisa, raccolta di quaranta componimenti poetici davvero interessanti, si colloca per molti aspetti sulla falsariga della precedente opera di Daniela Marasco, Il demone imperfetto, con cui il fil rouge è evidente soprattutto alla luce del tema del dissidio, che si presenta centrale in entrambe le sillogi, nonchè nell’umana aspirazione, spesso frustrata e frustrante, di voler conseguire obiettivi impossibili, cercando di tendere a quella perfezione quasi assoluta, utopistica e, pertanto, irraggiungibile nelle nostre esistenze.                                                                                   

D’altronde la ricerca dell’assoluto, di un infinito inarrivabile, ha rappresentato un elemento caratterizzante per molti autori della letteratura italiana e straniera: dal “titanismo” alfieriano, passando per il Romanticismo, fino ad arrivare all’Infinito di leopardiana memoria, sono diverse le suggestioni sul tema di cui si trova quindi traccia nelle poesie dell’autrice.                                 

Tuttavia, rispetto al Demone imperfetto, Daniela Marasco compie un passo avanti, accentuando maggiormente la dimensione dell’io, interiorizzando all’ennesima potenza il conflitto, quasi reificandolo, e realizzando una profonda analisi introspettiva della sua anima.                            

Come si evince quindi dalla poesia-manifesto, Ode alla mia anima divisa, questa raccolta descrive la profonda e costante inquietudine che connota l’animo umano, nonché il senso di precarietà e labilità dell’esistenza, la continua oscillazione tra stadi di profonda prostrazione ed autodistruzione, e momenti di autoesaltazione, connotati invece da una percezione del proprio io grandiosa e galvanizzante.                                                                                                                                

Questo forte dualismo fra emozioni contrapposte e, allo stesso tempo speculari, ingenera naturalmente nell’anima sentimenti negativi, quali rabbia, sconforto, frustrazione e dolore, che rappresentano quindi la pars destruens presente nei componimenti della raccolta; allo stesso tempo, tuttavia, in essi, trova spazio anche una pars costruens, costituita da valori positivi, quali l’empatia, l’accoglienza e l’amore, inteso come forza salvifica ed universale, che riscattano il senso dell’esistenza umana, lasciandoci anche un messaggio costruttivo e di speranza.     

Appare inoltre evidente nella raccolta l’influenza petrarchesca, non solo nel titolo, che rimanda inequivocabilmente al Rerum vulgarium fragmenta, titolo latino del Canzoniere, ma soprattutto nell’impianto ideologico alla base di essa, nel tema del “dissidio”, elemento cardine della poesia del Petrarca, continuamente diviso tra cielo e terra, tra carne e spirito, e nell’umana incapacità di sanarlo.L’impossibilità di superare tale dissidio è quindi evidente soprattutto in poesie come La mia vita, L’amore pazzo, Ode alla mia anima divisa, Ingratitudine, Il silenzio, Illusione e Il segreto, nelle quali emergono tutte le contraddizioni dell’animo umano, spesso diviso fra realtà ed illusioni, fra il vagheggiamento dei propri sogni e delle proprie aspettative e la consapevolezza che “quanto piace al mondo è breve sogno”, come evidenziava Petrarca nel suo sonetto proemiale, Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono, riprendendo a sua volta un celebre verso dell’Ecclesiaste, “vanitas vanitatum et omnia vanitas”, incentratosulla labilità e sulla fugacità dell’esistenza umana e delle gioie terrene.

Pensieri di un’anima divisa, pertanto, non si chiude offrendo soluzioni, non supera l’eterno dissidio fra le illusioni e la realtà, fra le pulsioni costruttive e distruttive dell’anima, ma semplicemente riconosce come esso sia parte integrante ed imprescindibile dell’io, da sempre e per sempre, in quanto intrinseco alla nostra stessa natura umana. E proprio la capacità di rappresentare in maniera profonda ed universale questa dicotomia, che sembra essere insolubile ed inscindibile, costituisce il tratto di maggior interesse della silloge, dal momento che consente al lettore di identificarsi nelle poesie, quasi come se la lettura rappresentasse un processo catartico, e di immergersi in esse alla ricerca dei frammenti della “propria anima divisa”.

Per quanto concerne quindi il sentimento amoroso nella silloge esso è rappresentato dall’autrice soprattutto come una forza distruttrice, davanti alla quale non si riesce a trovare pace, descritto anche mediante il ricorso ad immagini molto forti, spesso prestiti afferenti all’ambito medico, talvolta ai limiti del truculento, i quali sembrano rimandare al linguaggio dei poeti decadenti e al loro relativo gusto per quegli elementi meno convenzionali che solitamente non trovavano diritto di cittadinanza nella poesia canonica, come la decadenza, il marcio, la putredine, il sangue. Questo aspetto emerge soprattutto in poesie quali Mi manchi, ma giuro che non t’amo e In memoria di un amore.      

Ai poeti maledetti rimanda anche il tema della passione amorosa intesa quasi come un delirio, evidente in alcuni componimenti quali Poema e Tu non sei parte di me, né di questo, nei quali l’amore espresso in toni deliranti, quasi onirici, rinvia profondamente a quello descritto dai decadenti, spesso sospesi in un’atmosfera irreale e visionaria, in una sorta di “viaggio immaginario”, favorito dal ricorso a quei “paradisi artificiali” da loro creati mediante l’assunzione dell’assenzio o di sostanze oppiacee, capaci di obnubilare ed alterare i loro sensi, favorendo così in loro il processo di ispirazione e creazione poetica.

Diverse anche le metafore tratte dal mondo militare impiegate dall’autrice per descrivere l’amore, specie in componimenti quali E invece esisti e Paura, in cui non si possono non ravvisare reminiscenze con la poetica del più pessimista degli stilnovisti, Guido Cavalcanti (basti ricordare, a tal proposito, Chi è questa che ven, che ogn’om la mira e Voi che per gli occhi mi passaste ‘l core), le cui poesie erano connotate da una visione profondamente cupa, negativa e pessimistica del sentimento amoroso, considerato soltanto fonte di dolore e sofferenza.

Tuttavia, non mancano, allo stesso tempo nella raccolta poesie dai toni più briosi, connotate da un forte slancio vitalistico e inneggianti al buon vino, come appunto Ode al buon vino, sempre naturalmente inserite in uno scenario caratterizzato dalla consapevolezza della precarietà e della fugacità dell’esistenza umana, sulla scorta del poeta latino Orazio, soprattutto della sua celebre ode “Nunc est bibendum”, nonchè del suo predecessore greco Alceo, che al prezioso nettare dionisiaco aveva dedicato diversi frammenti.

Nella silloge, inoltre, in linea con lo spirito di solidarietà che anima questa iniziativa, sono presenti anche componimenti nei quali è centrale il tema umanitario e la capacità di donarsi agli altri, specie se più bisognosi ed in difficoltà, quali Il Natale e il vagabondo, il cui senso di solitudinesotteso a tutta la poesia e contrastante rispetto all’euforia consumistica imperante, sembra rimandare in parte anche a Natale di Giuseppe Ungaretti, e Il dono.

In questi due componimenti, infatti, l’unico rimedio all’indifferenza verso il dolore altrui sembra essere proprio il ricorso alla solidarietà, all’amore disinteressato verso il prossimo che trova la sua piena completezza solo nel donare e nel donarsi, in un’ottica in parte riconducibile al concetto di humanitas dei latini, inteso come cura ed interesse verso l’altro (basti, a questo proposito, pensare al commediografo Terenzio, al suo Punitore di se stesso, con la sua celebre massima “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”), e in parte alla “social catena” di leopardiana memoria, concetto espresso nella Ginestra, testamento spirituale del grande poeta recanatese.

Infine, lo stile dei componimenti della raccolta si presenta molto curato, raffinato ed elaborato, frutto di un preciso labor limae, evidente nella scelta di un lessico colto e ricercato, a tratti anche specialistico, soprattutto per il ricorso a termini afferenti al campo della medicina, così come spicca la perizia dell’autrice sia sotto il profilo ritmico-metrico, nella scorrevolezza e musicalità delle rime proposte, che retorico, con il frequente ricorso a metafore capaci di evocare immagini molto vivide, di suggestiva potenza e pregnanza.

COMMENTO a 7 POESIE SIGNIFICATIVE

ALLA POESIA

L’autrice dedica questo componimento a se stessa e a tutti i poeti; in essa la poesia, definita “ubriaca e giuliva” è intesa soprattutto in funzione catartica, in quanto è proprio attraverso di essa che i poeti “increduli e illusi” riescono finalmente ad esprimere se stessi in piena libertà, senza infingimenti, lasciando pienamente spazio al loro sacro e quasi folle fuoco creativo. Molto suggestiva anche la similitudine con i gatti, accostati ai poeti soprattutto per il loro spirito indomito e ribelle, nonché per la loro irrinunciabile sete di libertà.

  • ODE ALLA MIA ANIMA DIVISA

Questo è il componimento che ispira il titolo di tutta la silloge, della quale rappresenta senza dubbio la poesia manifesto. In esso, infatti, emerge con forza tutto il dissidio che connota un’anima divisa, combattuta fra sentimenti altalenanti e sensazioni contrapposte, tra la “gioia pazza” e “l’alba della ragione”, in una continua alternanza di momenti di serena quiete e bruciante disperazione, rinviando quasi a quel contrasto fra apollineo e dionisiaco a cui fa riferimento il filosofo Nietzsche a proposito delle caratteristiche della tragedia greca, connotata proprio da questa commistione fra logos ed eros.

E’ quindi anche la poesia dove è più evidente il collegamento con il Canzoniere petrarchesco, specie nell’impossibilità di trovare quella pace a cui l’anima del poeta, condannata inesorabilmente a scivolare “nelle braccia della notte nera”, anela senza tuttavia avere alcuna possibilità di poterla raggiungere, preda di un conflitto insanabile tra cielo e terra, tra carne e spirito.

  • LA MIA VITA

Questo componimento è caratterizzato dal ricorso da parte dell’autrice a diversi ossimori ed antitesi: “vecchia bambina”, “sconfitte ingloriose” e “trionfi sfavillanti”, “ho sofferto” e “gioito”, “ho creato” e “distrutto” , “si perde” e “si vince”, proprio allo scopo di accostare tra loro sentimenti contrapposti, che siano in grado di rendere il dissidio della sua anima, impegnata senza requie in una sorta di “duello spietato con se stessa”, proiettata in una “pazza corsa”, nella quale non è possibile individuare né vincitori né vinti, in quanto essa è metafora della vita stessa, del dissidio caratterizzante l’anima di ciascun lettore, che così ha quindi modo di riconoscersi pienamente in questa suggestiva e controversa descrizione della propria esistenza.

  • LA GATTARA

Questa poesia è dedicata ad un’altra delle grandi passioni della vita dell’autrice: l’amore per gli animali, che si concretizza nel prendersi cura con dedizione e sacrificio di una colonia felina. Da notare l’accurata descrizione che la poetessa fa dei gatti dei quali si occupa, evidenziando di conoscerli uno per uno: infatti c’è “la tricolore dal manto pezzato”, “i due rossi”, “la nera”, “il tigrato”, “i figli di Venere”, “il micione bianco”, a tutti ha dato dei nomi, perché per lei non costituiscono una massa anonima ma delle individualità ben precise, capaci di donare amore incondizionatamente. In effetti occuparsi di loro ha quasi una funzione catartica per lei, in quanto, anche soltanto per un’ora, come si evince dall’antitesi degli ultimi due versi, può dimenticarsi del dolore e godersi la “razione d’amore” che i nostri amici animali sono capaci di donare così copiosamente e gratuitamente.

  • LA PAURA

Questo componimento, come già Ode alla mia anima divisa, evidenzia in maniera preponderante il dissidio dell’anima dell’autrice che cerca di fuggire “dal rumore della vita”, “dai suoi crudeli ingranaggi”, provando a rifugiarsi nel silenzio, senza tuttavia riuscirci, senza trovare requie, tanto che la paura l’assedia e la travolge, come se ci fosse una battaglia da combattere, evidenziata abilmente proprio dal ricorso a termini tratti dal lessico militare. Evidente anche il richiamo intertestuale sia ai poeti maledetti, con il riferimento al “biondo assenzio spumoso”, uno degli alcolici preferiti dai decadenti per immergersi nei loro “paradisi artificiali”, così necessari ad alimentare il sacro fuoco della creazione poetica, che a Petrarca, specie nella spasmodica ricerca, purtroppo frustrata ed irrealizzabile, di pace e di tregua che rimanda ad uno dei sonetti più noti del poeta toscano, Pace non trovo e non ho da far guerra.

  • IL DONO

Questa poesia è dedicata agli alunni del liceo Volta, che l’inverno scorso hanno generosamente aiutato l’autrice in una raccolta di coperte per le persone più bisognose dopo l’incendio del Ghetto di Rignano ed è anche il componimento che incarna appieno lo spirito di solidarietà sotteso a questa nostra iniziativa di stasera. In esso, infatti, l’importanza della solidarietà, dell’umanità verso il prossimo è messa in evidenza soprattutto mediante il ricorso all’antitesi tra il gelo che chi non ha una casa è purtroppo costretto a sopportare nelle lunghe notti d’inverno, e il calore, reso attraverso la ripetizione del verbo “scaldare”, che si accende nel nostro cuore quando compiamo gesti di amore disinteressato. E’ pertanto molto evidente sia il richiamo al concetto di humanitas dei Latini, intesa come interesse verso il prossimo, capacità di immedesimarsi in lui e di compartecipare al suo dolore, in quanto facenti tutti parte della stessa umanità davanti alla quale è impossibile restare indifferenti, che alla “social catena”  descritta da Giacomo Leopardi nella Ginestra, suo testamento spirituale, in cui essa è concepita come unico rimedio possibile davanti alle sventure umane.

  • IO SONO

Questo componimento ha una profonda valenza civica e sociale, in quanto è dedicato dall’autrice a tutte le donne rimaste vittime di un femminicidio, piaga gravissima del nostro tempo. In esso è infatti evidenziato tutto il pericolo di un amore malato, che è soltanto mero possesso e desiderio di prevaricazione, nonché l’illusione di essere amate da coloro che invece si trasformano in carnefici capaci solo di arrecare dolore e morte, tanto che gli sguardi di queste donne sono paragonati ad “occhi di bambola che grondano sangue”, con una metafora di grande impatto emotivo e pregnanza. Interessante risulta essere anche il paragone cristologico, con la Vergine, in quanto queste donne, nella loro estrema sofferenza, sono paragonate tutta alla Mater dolorosa ai piedi della croce. Tuttavia, nella parte finale della poesia, mediante il ricorso all’antitesi tra vita e morte e alla ripetizione dell’aggettivo “viva”, la poetessa ci vuole sottolineare come il loro sacrificio non sarà stato vano soltanto se il loro ricordo sarà mantenuto, se resteranno nella nostra memoria soprattutto per spronarci a fare in modo che ciò che è accaduto non si verifichi mai più, facendo tutti la nostra parte per debellare questo tremendo problema il quale è in primis culturale e, pertanto, risolvibile soprattutto con un impegno educativo e collettivo.

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